Il racconto di Antonio Rovaldi su come è nato il libro New York City Babe

Antonio Cafardo Takahashi. L’architetto che ha cambiato il volto New York City

di Antonio Rovaldi

Quando les cerises mi ha invitato a pensare ad un libro per bambini da realizzarsi con la fotografia ma senza l’utilizzo delle parole, mi trovavo a New York e mi venuto naturale pensare ad una dedica alla città dove vivo per lunghi periodi dell’anno.

Mi è venuto naturale anche perché da oltre un anno sono concentrato su un nuovo progetto fotografico sulla città di New York.

 

Si tratta di un’esplorazione a piedi dell’intero perimetro dei cinque boroughs di New York City. End. The silence of New York Frontiers. Cammino in senso orario il perimetro della città soffermandomi a fotografare le aree ai margini che confinano con le paludi, le lagune, i canali e, soprattutto, l’oceano.

Ogni giorno esco di casa a piedi, raggiungo con la metropolitana il punto dove sono arrivato il giorno prima e poi continuo a spingermi oltre, fino a dove finisce la città. Cammino fino a sfiancarmi. Ho uno zaino con le macchine fotografiche, moltissime pellicole, una quaderno, delle penne nere e delle barrette energetiche.

Ogni tanto faccio una fotografia di un punto che sulla mappa si va ad aggiunge a tanti altri, fino a disegnare il profilo di un disegno.

 

Ho raccolto centinaia di fotografie in bianco e nero e le ho catalogate per tipologie. Molte delle immagini che compongono New York City Babe provengono da questi viaggi metropolitani e sono a loro volta catalogate in altre cartelle titolate: cemento, catrame, scarpe, scoiattoli, forchette intere, forchette rotte, liquori, calze, bastoni, lacci, carte, libri, pipì, bidoni della spazzatura, vapore, impronte, etc…

 

Non avevo mai pensato ad un libro fotografico per i bambini, anche se in questo caso les cerises non aveva specificato un’età precisa. La fotografia, a differenza del disegno o dell’illustrazione - che con un segno ti porta più rapidamente in un’altra dimensione astratta e più facile all’immaginazione - può essere fastidiosamente realistica, se per realismo intendiamo una modalità di ripresa che non si concede troppo, in presa diretta, a rielaborazioni. Quando cammino fotografo molto e solo quando sviluppo e stendo le immagini nel mio studio, comincio a ragionare su cosa eliminare, includere, mettere insieme per creare un racconto. Anche in questo caso per New York City Babe ho scattato fotografie senza pensare troppo ad una narrazione con un inizio, uno sviluppo centrale e una fine.

Quando cammini dentro una città come New York si è invasi da una moltitudine di storie, musiche, immagini dentro immagini; potenziali di storie in crescita che, dopo un istante, vengono tradite con altre storie, altri volti, suoni. La narrazione della città è sincopata, contradditoria, fulminea, sempre col fiato alla gola. Il senso di una giornata vissuta camminando e fotografando lo si ricostruisce quando la giornata finisce e si rientra nella propria dimensione domestica e si ritrova la lentezza nell’affiancare le immagini, inizialmente anche molto lontane fra loro. La geografia camminando si dilata e solo tornando a casa la si ricostruisce nello spazio intimo del proprio tavolo di lavoro. Si potrebbe dire che la geografia dei luoghi è elastica e non coincide mai con le distanze espresse su una mappa.

 

Non rielaboro le immagini e fotografo quasi sempre in analogico. Mi piace portare le pellicole a far sviluppare e tornare a riprenderle quando sono pronte. Mi piace quel momento in cui si attende, in cui si rielabora a distanza il ricordo di un’immagine e si spera che la fotografia scattata restituisca, almeno un po’, l’emozione velocissima che si era provata davanti al soggetto fotografato. Molto spesso di quello stupore non resta molto sull’immagine sviluppata, altre volte succede qualcosa di magico, quasi sempre fuori dal nostro controllo.

A New York per far questo perdo intere giornate, perché le distanze sono lunghe e i laboratori sono sempre lontani da dove mi trovo io. Quando porto le pellicole durante il tragitto cammino molto e faccio altre fotografie e così comincia un processo a catena: la fotografia genera altra fotografia.

 

New York City Babe si è sviluppato dialogando a distanza con Cecilia, Agnese, Daniele e Angelika. A volte facevamo delle skype calls in cui, per via dell’oceano e del fuso, non si capiva nulla.

Poi tante email e una valanga di pdf. Soprattutto io ad Angelika e Daniele che, più rarefatti di me, da Bolzano mi rimandavano sempre indietro ipotesi grafiche di impaginazione dell’albo.

Siamo andati avanti così per tre mesi. Io passavo le giornate a fotografare (a cercare le fotografie per la strada, perché non sempre le immagini ti arrivano incontro ma le devi andare a cercare), a portare i negativi in laboratorio, andarli a riprendere. Su e giù sulla linea A che, dalla 125th Street ad Harlem, mi portava a downtown sulla 24th Street. Una volta che avevo le scansioni delle immagini impaginavo delle sequenze di due, massimo quattro immagini. Creavo delle microstorie in apparenza distanti fra loro.

 

Ma mi sono dimenticato di dire come è realmente nato questo libro.

 

Antonio Cafardo Takahashi, il bambino di tre anni che si vede in copertina con una chitarra elettrica argento e nera, è un mio piccolo amico di New York. E’ un bambino brasiliano di quattro anni di Sao Paolo, figlio di due giornalisti che fino a pochi mesi fa erano ricercatori alla Columbia University e vivevano vicino a casa mia. Un giorno sono andato a trovarli nella loro casa a Morningside, poco lontano dalla Columbia e ho visto che le pareti della stanza di Antonio era letteralmente coperte dei suoi disegni dedicati allo skyline di Manhattan e alle linee della subway. Antonio copia delle fotografie dello skyline della città da libri di fotografia che gli regala il padre e poi riporta sui suoi disegni l’anno delle fotografie  (sa anche leggere!) e titola tutti i suoi disegni, nessuno escluso, New York City Babe. Il padre spesso ascolta i Metallica a volume alto e Antonio dalle casse dello stereo capta la parola Baby e allora salta sul letto con la sua chitarra elettrica e da quel momento si scatena la magia e lui comincia a immaginare la sua città ideale.

 

Ho chiesto ad Antonio di prestarmi il titolo dei suoi disegni e in cambio gli ho regalato dei grandi fogli bianchi e dei pennarelli degli stessi colori della linee della metropolitana e lui ha fatto per me delle opere di grafica urbanistica totalmente visionarie. Se Antonio fosse nato nel secolo scorso sarebbe stato il giusto compromesso tra Robert Moses e Jane Jacobs!

 

Le fotografie che si trovano dentro il libro New York City Babe sono solo un piccolo ‘apparato’ alla lettura della magistrale opera urbanistica di New York dell’architetto-rocker Antonio Cafardo Takahashi.